Non so in quanti avranno visto il film, “C’era una volta la Città dei matti”, la scorsa settimana.
Il film è praticamente la biografia del Dottor Basaglia che ha dedicato la sua vita all’interno dei manicomi. Lo scopo del dottore è quello di chiudere queste strutture, ridando ai malati (o presunti dichiarati perché all’epoca c’erano anche i reduci dalle guerre) il diritto alla libertà e dignità.
Le scene documentano scarsamente la realtà dei manicomi e non riesco a capire perché il regista non si sia spinto in situazioni più estreme e drammatiche.
I matti sembrano quasi tutti capaci di intendere e di volere.
I libri che parlano di manicomi – testimonianze assai rare –, al contrario, descrivono questi posti come luoghi irraggiungibili, invivibili e persino di tortura. Anche mio nonno, medico di professione, fu testimone di questi posti e mi narrò di scene terribili: matti che mangiavano i propri escrementi o addirittura si servivano di questi per scrivere sui muri.
Non solo. Nei manicomi c’erano mostri veri, quelli che non riesci ad accettare a prima vista, nascosti ed abbandonati dalle loro famiglie per la vergogna.
Si tratta di soggetti con due teste, con solo un occhio, senza braccia, mancanti di organi o deformi. Poi c’erano quelli pericolosi, che ti attaccavano senza motivo, insomma totalmente irascibili.
E’ vero che la solitudine contribuiva a renderli privi di ragione, ma non sempre. Alcuni erano nati con difetti e come tali non c’era cura (non c’è nemmeno oggi) che poteva guarirli.
Il film pone più l’accento sulla questione sociale, sui diritti che erano inesistenti, sulla dignità calpestata ed è sottointeso che i manicomi per questi motivi andavano chiusi. Storicamente parlando, però, tutto ciò andava fatto con più cura, sul campo legislativo, perché la legge 180, oggi, è una condanna per chi è costretto a convivere con soggetti che possono essere pericolosi e lesivi.
Solo con un aggressione subita dal malato, in teoria, la legge stabilisce che questo finisca in una casa di cura psichiatrica.
Negli altri casi, ci vogliono il consenso e soprattutto i soldi.
La Legge 180 o ‘Legge Basaglia’ ha risolto alcuni problemi gravi, ma ne ha generati altri.
Il fatto che i manicomi siano stati inadeguati (soprattutto per il personale e gli scarsi fondi) avrebbe dovuto spingere lo Stato ad agire in modo diverso, aumentando la professionalità e migliorando l’inesistente qualità di queste strutture.
Insomma, si sarebbe dovuto vedere quello che oggi troviamo nelle attuali case di cura. Dovuto alla spesa che comporterebbe una cosa del genere, ancora oggi i malati di mente continuano ad essere un problema irrisolto ed in buona parte sono letteralmente sbattuti in mezzo alla strada.
Detto ciò, credo sia sbagliato documentare il film mettendola *solo* sul piano della dignità, della libertà e della parità di diritti. Guardiamo anche la complessità della convivenza e chi potrebbe rimetterci con la chiusura dei manicomi. C’è stata solo una scena, nella seconda puntata del film, che ha evidenziato lo scontro tra i diritti del cittadino e quelli dei malati, posta tra l’altro in maniera ridicola.
Capisco le intenzioni del regista, ma sarebbe stato davvero curioso sapere dove siano finiti tutti i personaggi malati, una volta liberati grazie alla legge 180.
Non bastano quattro righe alla fine del film per spiegare un problema che tutt’oggi rimane irrisolto.